La misura inizia dalla dimensione interiore di un architetto provato dalle vicende belliche ma che si riavvia, con decisione, alla professione. Ludovico Quaroni rientra in Italia nel 1946 con alle spalle oltre cinque anni di prigionia in India. Gli anni di detenzione sono indubbiamente di profonda riflessione ma anche di esperienza culturale che svilupperà nuovi interessi in tutta la sua ricerca architettonica e urbana. Un lungo periodo di sospensione, dirà “tutta la guerra l’ho fatta senza aver niente da fare”, di autocritica pensando all’EUR, ma anche di evoluzione dei propri ragionamenti sulla cultura dello spazio architettonico. È l’occasione per riprendere le fila del discorso sull’architettura delle città, anche per un’educazione ricevuta verso il gusto orientale, per la comprensione definitiva della grande civiltà urbana mediorientale che da pura attrazione estetica inizia a tradursi in lui prima quale paradigma, quale termine di paragone culturale con quella europea, successivamente quale termine di ispirazione progettuale, sia alla piccola che alla grande scala architettonica. L’impellenza postbellica di ri-costruire una comunità, europea e soprattutto italiana, la necessità di ri-trovare il ruolo dell’arte nelle dinamiche di una città del Moderno in crisi, saranno stimoli per “conferire una dimensione epica al suo lavoro” che Quaroni sente fortemente; si può dire che parte così un ciclo della “spirale” che va da Termini fino a toccare le vicende lucane tra Matera e Grassano.

Chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore a Francavilla al Mare (1948)_La ricerca di una misura

VADINI, ETTORE
2013

Abstract

La misura inizia dalla dimensione interiore di un architetto provato dalle vicende belliche ma che si riavvia, con decisione, alla professione. Ludovico Quaroni rientra in Italia nel 1946 con alle spalle oltre cinque anni di prigionia in India. Gli anni di detenzione sono indubbiamente di profonda riflessione ma anche di esperienza culturale che svilupperà nuovi interessi in tutta la sua ricerca architettonica e urbana. Un lungo periodo di sospensione, dirà “tutta la guerra l’ho fatta senza aver niente da fare”, di autocritica pensando all’EUR, ma anche di evoluzione dei propri ragionamenti sulla cultura dello spazio architettonico. È l’occasione per riprendere le fila del discorso sull’architettura delle città, anche per un’educazione ricevuta verso il gusto orientale, per la comprensione definitiva della grande civiltà urbana mediorientale che da pura attrazione estetica inizia a tradursi in lui prima quale paradigma, quale termine di paragone culturale con quella europea, successivamente quale termine di ispirazione progettuale, sia alla piccola che alla grande scala architettonica. L’impellenza postbellica di ri-costruire una comunità, europea e soprattutto italiana, la necessità di ri-trovare il ruolo dell’arte nelle dinamiche di una città del Moderno in crisi, saranno stimoli per “conferire una dimensione epica al suo lavoro” che Quaroni sente fortemente; si può dire che parte così un ciclo della “spirale” che va da Termini fino a toccare le vicende lucane tra Matera e Grassano.
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