Nella convenzione sulla Biodiversità (Rio de Janeiro, 1992), si esplicita il valore intrinseco della diversità biologica e dei suoi vari componenti ecologici, genetici e socio-economici, riconoscendo che l’esigenza fondamentale per la conservazione consiste nella salvaguardia in situ degli ecosistemi e degli habitat naturali. Negli anni successivi si sono susseguite diverse strategie e piani di azione europei e nazionali rivolti ai governi, alle ONG e ai settori produttivi che hanno confluito nel “Countdown 2010” e in “Forests 2011”. L’emanazione del Reg. 2078 U.E. è recepita inizialmente solo da sei regioni e, successivamente, con l’attuazione del PSR 2000/06 e 2007/13 tutte le altre regioni italiane attivano le misure atte alla tutela ambientale. La strategia Paneuropa sulla Diversità Biologica e Paesaggistica ha incentivato l’istituzione di nuove aree protette, di parchi regionali e nazionali finalizzati alla salvaguardia di un’agricoltura e di una zootecnia di tipo estensivo orientata all’allevamento di razze autoctone al fine di contrastare l’abbandono delle aree interne. La difesa e la gestione dei “territori rurali”, e i sistemi di produzione nella zootecnia estensiva sostenibile rappresentano oggi una possibile alternativa economica per le popolazioni interne. Questi territori, nei quali rientrano parchi, riserve, aree rurali marginali e svantaggiate, sono accomunate da una serie di elementi caratterizzanti quali: bassa densità abitativa; un tessuto economico produttivo basato principalmente sull’agricoltura e l’allevamento e, in misura minore, sull’artigianato locale; un settore forestale determinante l’assetto generale del territorio, con influenze dirette sul paesaggio. La valorizzazione, il mantenimento e/o il presidio di queste aree potrebbe essere attuato anche mediante la reintroduzione di animali autoctoni adattabili alle condizioni geomorfologiche dell’ambiente in esame. Sono ormai ben noti gli effetti della sospensione o della sola riduzione del pascolo sulla composizione floristica e sui conseguenti fenomeni erosivi: le dinamiche che si innescano sono causa di trasformazione nei rapporti dinamici fra pascoli abbandonati e boschi. La recente emanazione in molte regioni italiane di “P.I.F. di Prossimità e delle Aree Protette” può rappresentare uno strumento di finanziamento oltre che di promozione per incentivare e migliorare il reddito dei piccoli allevamenti fondamentali al presidio dei territori. Inoltre, dalla lettura comparata degli articoli di legge è possibile evidenziare la volontà da parte del legislatore di incentivare una zootecnia in qualche modo “diversa” rispetto a quella estensiva praticata in aree più vocate o in pianura. La Regione Basilicata nel 2008 emana la L.R. n. 26 che prevede un premio specifico per l’allevamento di razze locali a rischio fra cui l’Asino di Martina Franca. Gli allevamenti asinini in Basilicata sono tutti a conduzione diretta, con modello produttivo rappresentato in prevalenza dalla piccola impresa agricola, dove l’allevatore riveste un ruolo determinante per il presidio e il governo del territorio rurale (Mauri, 2007; Regione Basilicata, 1999). La specie, seppure presente con un numero limitato di capi, è ancora distribuita su buona parte del territorio regionale. Infatti, i capi asinini iscritti al Registro Anagrafe Equina (dati anno 2010) sono: 289 nella provincia di Potenza (244 femmine e 45 maschi) e 199 nella provincia di Matera (161 femmine e 38 maschi). Nel 2010 in tutta la regione sono censite 1.133 aziende con un totale di 5.208 equini (tale voce comprende cavalli, asini, muli e bardotti). Dal confronto dei dati ISTAT del decennio 2000-2010 si evidenzia a livello regionale un aumento del numero di equini per azienda (da 2,7 a 5). Nelle sole aree montane si concentra circa il 90% delle aziende e l’82% della consistenza asinina regionale (ISTAT 2002, 2011).

LA MULTIFUNZIONALITA’ DELL’ALLEVAMENTO ASININO NELLA GESTIONE DEL PAESAGGIO RURALE

COSENTINO, Carlo;FRESCHI, Pierangelo;PAOLINO, ROSANNA
2012

Abstract

Nella convenzione sulla Biodiversità (Rio de Janeiro, 1992), si esplicita il valore intrinseco della diversità biologica e dei suoi vari componenti ecologici, genetici e socio-economici, riconoscendo che l’esigenza fondamentale per la conservazione consiste nella salvaguardia in situ degli ecosistemi e degli habitat naturali. Negli anni successivi si sono susseguite diverse strategie e piani di azione europei e nazionali rivolti ai governi, alle ONG e ai settori produttivi che hanno confluito nel “Countdown 2010” e in “Forests 2011”. L’emanazione del Reg. 2078 U.E. è recepita inizialmente solo da sei regioni e, successivamente, con l’attuazione del PSR 2000/06 e 2007/13 tutte le altre regioni italiane attivano le misure atte alla tutela ambientale. La strategia Paneuropa sulla Diversità Biologica e Paesaggistica ha incentivato l’istituzione di nuove aree protette, di parchi regionali e nazionali finalizzati alla salvaguardia di un’agricoltura e di una zootecnia di tipo estensivo orientata all’allevamento di razze autoctone al fine di contrastare l’abbandono delle aree interne. La difesa e la gestione dei “territori rurali”, e i sistemi di produzione nella zootecnia estensiva sostenibile rappresentano oggi una possibile alternativa economica per le popolazioni interne. Questi territori, nei quali rientrano parchi, riserve, aree rurali marginali e svantaggiate, sono accomunate da una serie di elementi caratterizzanti quali: bassa densità abitativa; un tessuto economico produttivo basato principalmente sull’agricoltura e l’allevamento e, in misura minore, sull’artigianato locale; un settore forestale determinante l’assetto generale del territorio, con influenze dirette sul paesaggio. La valorizzazione, il mantenimento e/o il presidio di queste aree potrebbe essere attuato anche mediante la reintroduzione di animali autoctoni adattabili alle condizioni geomorfologiche dell’ambiente in esame. Sono ormai ben noti gli effetti della sospensione o della sola riduzione del pascolo sulla composizione floristica e sui conseguenti fenomeni erosivi: le dinamiche che si innescano sono causa di trasformazione nei rapporti dinamici fra pascoli abbandonati e boschi. La recente emanazione in molte regioni italiane di “P.I.F. di Prossimità e delle Aree Protette” può rappresentare uno strumento di finanziamento oltre che di promozione per incentivare e migliorare il reddito dei piccoli allevamenti fondamentali al presidio dei territori. Inoltre, dalla lettura comparata degli articoli di legge è possibile evidenziare la volontà da parte del legislatore di incentivare una zootecnia in qualche modo “diversa” rispetto a quella estensiva praticata in aree più vocate o in pianura. La Regione Basilicata nel 2008 emana la L.R. n. 26 che prevede un premio specifico per l’allevamento di razze locali a rischio fra cui l’Asino di Martina Franca. Gli allevamenti asinini in Basilicata sono tutti a conduzione diretta, con modello produttivo rappresentato in prevalenza dalla piccola impresa agricola, dove l’allevatore riveste un ruolo determinante per il presidio e il governo del territorio rurale (Mauri, 2007; Regione Basilicata, 1999). La specie, seppure presente con un numero limitato di capi, è ancora distribuita su buona parte del territorio regionale. Infatti, i capi asinini iscritti al Registro Anagrafe Equina (dati anno 2010) sono: 289 nella provincia di Potenza (244 femmine e 45 maschi) e 199 nella provincia di Matera (161 femmine e 38 maschi). Nel 2010 in tutta la regione sono censite 1.133 aziende con un totale di 5.208 equini (tale voce comprende cavalli, asini, muli e bardotti). Dal confronto dei dati ISTAT del decennio 2000-2010 si evidenzia a livello regionale un aumento del numero di equini per azienda (da 2,7 a 5). Nelle sole aree montane si concentra circa il 90% delle aziende e l’82% della consistenza asinina regionale (ISTAT 2002, 2011).
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