La tensione che sembra animare quel cinema italiano che si andò a sviluppare “in un multicolore universo di storie” all’alba di una nuova era, dopo la fine della guerra e durante il rapido fiorire di un’economia che aveva vissuto tempi di inaudita sofferenza, è una richiesta urgente e una sete quasi inesauribile di libertà prima e di democrazia poi. Il liberare se stessi da tutte quelle barriere che avevano soffocato sia la vita personale sia quella pubblica durante il regime e nel corso della guerra si tradusse dapprima in una nuova attenzione alla dimensione fenomenologica dell’esistenza, per così dire, e si materializzò in una nuova enfasi data agli aspetti sociali ed economici della vita collettiva e individuale. Più tardi, una volta che il processo di liberazione del paese dall’occupazione nazi-fascista non fu solo completato ma anche in qualche modo ‘dimenticato’, o quantomeno obliterato da altre e più urgenti, così sembrava, questioni, ecco che lo sguardo del cinema italiano andò cercando un nuovo spazio di libertà, una sorta di liberazione interiore dello sguardo filmico, una richiesta di abilitazione ad esprimere le aspirazioni più profonde, le contraddizioni, il malessere e le speranze di un’intera generazione e del suo paese. Per fare ciò era necessario negoziare non solo metodologie e strategie discorsive ma anche territori spazio/temporali di vera e propria democrazia interna della e nella immagine filmica. Era necessario, dunque, prima di tutto, identificare spazi alternativi entro i quali mettere in scena drammi privati e pubbliche virtù.

“Liberare lo sguardo: nuovi percorsi per una storiografia del cinema italiano del dopoguerra”

GIERI, Manuela
2008

Abstract

La tensione che sembra animare quel cinema italiano che si andò a sviluppare “in un multicolore universo di storie” all’alba di una nuova era, dopo la fine della guerra e durante il rapido fiorire di un’economia che aveva vissuto tempi di inaudita sofferenza, è una richiesta urgente e una sete quasi inesauribile di libertà prima e di democrazia poi. Il liberare se stessi da tutte quelle barriere che avevano soffocato sia la vita personale sia quella pubblica durante il regime e nel corso della guerra si tradusse dapprima in una nuova attenzione alla dimensione fenomenologica dell’esistenza, per così dire, e si materializzò in una nuova enfasi data agli aspetti sociali ed economici della vita collettiva e individuale. Più tardi, una volta che il processo di liberazione del paese dall’occupazione nazi-fascista non fu solo completato ma anche in qualche modo ‘dimenticato’, o quantomeno obliterato da altre e più urgenti, così sembrava, questioni, ecco che lo sguardo del cinema italiano andò cercando un nuovo spazio di libertà, una sorta di liberazione interiore dello sguardo filmico, una richiesta di abilitazione ad esprimere le aspirazioni più profonde, le contraddizioni, il malessere e le speranze di un’intera generazione e del suo paese. Per fare ciò era necessario negoziare non solo metodologie e strategie discorsive ma anche territori spazio/temporali di vera e propria democrazia interna della e nella immagine filmica. Era necessario, dunque, prima di tutto, identificare spazi alternativi entro i quali mettere in scena drammi privati e pubbliche virtù.
9788884204592
File in questo prodotto:
File Dimensione Formato  
2008 liberare lo sguardo.pdf

accesso aperto

Tipologia: Documento in Post-print
Licenza: DRM non definito
Dimensione 1.46 MB
Formato Adobe PDF
1.46 MB Adobe PDF Visualizza/Apri

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11563/8672
 Attenzione

Attenzione! I dati visualizzati non sono stati sottoposti a validazione da parte dell'ateneo

Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
social impact