Lo spazio agricolo periurbano è l’oggetto di questo articolo e del dossier che si va ad introdurre. Esso contiene la maggior parte delle figure prodotte dalla città contemporanea e dalla dilatazione dei suoi confini, ma anche quelle provenienti dall’addensamento dell’insediamento in campagna da sempre connotato da processi lenti e basse densità insediative ed oggi attraversato da nuove pratiche sociali ed economiche che ne hanno trasformato la cultura rurale in una forma ibrida di urbanità e ruralità. Tra queste figure provenienti da differenti processi di rarefazione e densificazione di forme urbane, comunque centrifughe e decentrate, si vuole provare a mettere a fuoco lo spazio che le contiene, spesso trascurato dalla cultura urbanistica contemporanea perché non è abbastanza educata a riconoscere: una campagna vista come una sequenze di spazi agricoli, abitata ai margini e prodotta da forme innovative di agricoltura periurbana. In essa vive una società meticcia che rifiuta la città ma non vuole rinunciare ai vantaggi di prossimità che essa può offrire. I territori sono quelli meno dotati di un progetto, ancora poco compresi dalla cultura urbanistica e scarsamente messi a fuoco da quella agricola, molto interpretati e poco descritti, perché richiedono una esperienza nuova dello spazio, un ordine da inventare più che da indovinare. Questo spazio non è riferibile alla suburbanità, una città imperfetta che si produce per contiguità spaziale alla città vera, ma neanche può essere inteso come fenomeno di rurbanizzazionein quanto non è generato dalla improvvisa ipertrofia dell’insediamento rurale che dilaga nella campagna fino a raggiungere le prossime propaggini urbane. Anche le diverse forme di agricoltura che producono gli spazi della periurbanità hanno caratteri propri e innovativi, diversi da quelli dall’agricoltura rurale, indifferente alla città, elaborano modelli economici e sociali più creativi che provengono dalla trasformazione del mondo rurale, ma soprattutto dalla prossimità delle città, ispirandosi al bisogno di natura e di tempo libero per i cittadini, come ci spiega esaurientemente Donadieu nel suo saggio in questo dossier. Per alcuni versi, si potrebbe parlare di una nuova forma di perifericità, una periferia al plurale, non solo quella urbana che si è costruita a partire dalla città, ma anche quella che muove dalla campagna e rimane nella campagna, costruendo un “terzo territorio”, posto a metà strada tra urbanità e ruralità, uno spazio abitabile in cui rifondare i principi dell’orientamento e del riconoscimento. Esso è portatore di una idea più fertile di periferia perché non è chiaro il nucleo intorno a cui si espande, perché vanno rivisti i rapporti di complementarietà e dipendenza tra centro e margini. E’ un invito per chi studia la città a guardare con maggiore attenzione allo spazio agricolo che si trova nel mezzo, lo spazio in between, attribuendo ad esso una autonomia che riduce la vaghezza delle attribuzioni e la imprecisione denominativa. Questo spazio aspira soprattutto ad essere condiviso riconoscendo ad esso i requisiti di abitabilità.

Dallo spazio agricolo alla campagna urbana From agricoltural space to urban countryside

MININNI, MARIAVALERIA
2006

Abstract

Lo spazio agricolo periurbano è l’oggetto di questo articolo e del dossier che si va ad introdurre. Esso contiene la maggior parte delle figure prodotte dalla città contemporanea e dalla dilatazione dei suoi confini, ma anche quelle provenienti dall’addensamento dell’insediamento in campagna da sempre connotato da processi lenti e basse densità insediative ed oggi attraversato da nuove pratiche sociali ed economiche che ne hanno trasformato la cultura rurale in una forma ibrida di urbanità e ruralità. Tra queste figure provenienti da differenti processi di rarefazione e densificazione di forme urbane, comunque centrifughe e decentrate, si vuole provare a mettere a fuoco lo spazio che le contiene, spesso trascurato dalla cultura urbanistica contemporanea perché non è abbastanza educata a riconoscere: una campagna vista come una sequenze di spazi agricoli, abitata ai margini e prodotta da forme innovative di agricoltura periurbana. In essa vive una società meticcia che rifiuta la città ma non vuole rinunciare ai vantaggi di prossimità che essa può offrire. I territori sono quelli meno dotati di un progetto, ancora poco compresi dalla cultura urbanistica e scarsamente messi a fuoco da quella agricola, molto interpretati e poco descritti, perché richiedono una esperienza nuova dello spazio, un ordine da inventare più che da indovinare. Questo spazio non è riferibile alla suburbanità, una città imperfetta che si produce per contiguità spaziale alla città vera, ma neanche può essere inteso come fenomeno di rurbanizzazionein quanto non è generato dalla improvvisa ipertrofia dell’insediamento rurale che dilaga nella campagna fino a raggiungere le prossime propaggini urbane. Anche le diverse forme di agricoltura che producono gli spazi della periurbanità hanno caratteri propri e innovativi, diversi da quelli dall’agricoltura rurale, indifferente alla città, elaborano modelli economici e sociali più creativi che provengono dalla trasformazione del mondo rurale, ma soprattutto dalla prossimità delle città, ispirandosi al bisogno di natura e di tempo libero per i cittadini, come ci spiega esaurientemente Donadieu nel suo saggio in questo dossier. Per alcuni versi, si potrebbe parlare di una nuova forma di perifericità, una periferia al plurale, non solo quella urbana che si è costruita a partire dalla città, ma anche quella che muove dalla campagna e rimane nella campagna, costruendo un “terzo territorio”, posto a metà strada tra urbanità e ruralità, uno spazio abitabile in cui rifondare i principi dell’orientamento e del riconoscimento. Esso è portatore di una idea più fertile di periferia perché non è chiaro il nucleo intorno a cui si espande, perché vanno rivisti i rapporti di complementarietà e dipendenza tra centro e margini. E’ un invito per chi studia la città a guardare con maggiore attenzione allo spazio agricolo che si trova nel mezzo, lo spazio in between, attribuendo ad esso una autonomia che riduce la vaghezza delle attribuzioni e la imprecisione denominativa. Questo spazio aspira soprattutto ad essere condiviso riconoscendo ad esso i requisiti di abitabilità.
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