E' opinione comune che il Carmelo di Edith Stein, prima donna filosofa del nostro tempo, interpreti fra due sponde il suo esercizio di pensare la fede e la storia, fra lo scandalo della Croce e la sorpresa della glorificazione; qualora venissero a separarsi l’una dall’altra, sarebbe lo sbando o verso il polo di un pessimismo funerario o verso l’ubriacatura di un ottimismo effimero privo di una giustificazione plausibile. Nel tempo del pensiero debole, il legno del Crocefisso conficcato nella terra degli uomini ferisce nelle carni l’anima mundi: il viatico della traslazione simbolica e della irrequietezza antinomica riesce a placarsi soltanto nel completamento muto del tu per tu e nella visione di un totaliter aliter, quale risulta, non a caso, il tomismo della Stein, così affine allo sfondamento ontologico di Heidegger, suo compagno di studi nel gruppo di Husserl tra Friburgo e Marburgo. La follia della Croce ha stimolato la speculazione, sempre ben viva, di Italo Mancini, intelligenza filosofica e teologica tra le più feconde del secondo Novecento; nell’esempio di una teologia rigorosa (mai arcigna in quanto funzionale al Vangelo di Gesù) rimane evocato il fatto che il cristianesimo sia, sempre per intero, un ossimoro, cosa che impone di parlarne attraverso un prolungato intreccio di doppi pensieri, espressione che egli prende dal Dio nei doppi pensieri, per l’appunto, di Pascal e di Dostoevskij, soffrendone l’affanno, recentemente condiviso anche da Massimo Cacciari e Bruno Forte, nei profondi abissi che mettono le coscienze a così dura prova. La follia della Croce non si rivela neanche ai sapienti; la logica di Dio che crocifigge il proprio figlio non può essere afferrata tramite il pensare, non è lo strumento adatto, solo la fede può fornire le ragioni che la ragione da sola non comprende. L’ho scritto altre volte: più lontano vai sempre meno conosci. Chi vuole percorrere la Scientia Crucis (Scientia Dei) è premuto dalla necessità di parlare del “totalmente altro” in una sorta di etica della reciprocità, come di un oggetto - non oggetto impossibile da catturare: la verità è, avverte Simone Weil, una fuggiasca irriducibile alla prigionia. L’ossimoro, per Mancini si tratta proprio di un ossimoro teologico, garantisce la fondatezza del pensiero, accreditandolo quale sapere non frivolo o di maniera quando è affrontato con grinta. È parimenti vero che alla ragione non si dà niente ad intendere! La soccorre un motivo più degli altri: l’ossequio al mistero dell’ultimo Dio; dell’ultimo Dio di Heidegger, come egli amava esprimersi durante le sue accorate lezioni, tradendo qualche riserva circa le diverse scelte dell’altroassistente di Husserl, esasperate dal soggettivismo di una divaricazione di interessi distanti dalla morale filiale del massimo, dell’eccedente, del di più, dei martiri. Vale a dire, nelle strettoie dell’ossimoro le bruciature dell’anima postulano il volgersi alla fede con serietà, fino allo stremo; postulano il bisogno di passare per l’incandescenza del ferro che si trova nel martirio della forgia. Ne dice la Stein, in modo perentorio con il classico tema medioevale della distinzione fra essentia ed existentia: è tutta del suo acume, forse ancor di più che delle grandi sintesi medioevali, la più alta delineazione ontologica, e quindi concettuale, di Dio; di ciò che lo dice anomalo, irripetibile, in cui l’essenza coincide con l’esistenza. Persino il formalissimo Tommaso d’Aquino di fronte a tanta scienza sarebbe esploso in un’esclamazione ammirata, qualificando l’equazione identificatrice come in haec sublimis veritas.

Il Carmelo di Echt. Le basi concettuali della resistenza spirituale di Edith Stein al totalitarismo nazista nello statuto paradossale della filiazione ebraica con la presentazione di Gian Pietro Calabrò

Giovanni Brandi Cordasco Salmena
2020-01-01

Abstract

E' opinione comune che il Carmelo di Edith Stein, prima donna filosofa del nostro tempo, interpreti fra due sponde il suo esercizio di pensare la fede e la storia, fra lo scandalo della Croce e la sorpresa della glorificazione; qualora venissero a separarsi l’una dall’altra, sarebbe lo sbando o verso il polo di un pessimismo funerario o verso l’ubriacatura di un ottimismo effimero privo di una giustificazione plausibile. Nel tempo del pensiero debole, il legno del Crocefisso conficcato nella terra degli uomini ferisce nelle carni l’anima mundi: il viatico della traslazione simbolica e della irrequietezza antinomica riesce a placarsi soltanto nel completamento muto del tu per tu e nella visione di un totaliter aliter, quale risulta, non a caso, il tomismo della Stein, così affine allo sfondamento ontologico di Heidegger, suo compagno di studi nel gruppo di Husserl tra Friburgo e Marburgo. La follia della Croce ha stimolato la speculazione, sempre ben viva, di Italo Mancini, intelligenza filosofica e teologica tra le più feconde del secondo Novecento; nell’esempio di una teologia rigorosa (mai arcigna in quanto funzionale al Vangelo di Gesù) rimane evocato il fatto che il cristianesimo sia, sempre per intero, un ossimoro, cosa che impone di parlarne attraverso un prolungato intreccio di doppi pensieri, espressione che egli prende dal Dio nei doppi pensieri, per l’appunto, di Pascal e di Dostoevskij, soffrendone l’affanno, recentemente condiviso anche da Massimo Cacciari e Bruno Forte, nei profondi abissi che mettono le coscienze a così dura prova. La follia della Croce non si rivela neanche ai sapienti; la logica di Dio che crocifigge il proprio figlio non può essere afferrata tramite il pensare, non è lo strumento adatto, solo la fede può fornire le ragioni che la ragione da sola non comprende. L’ho scritto altre volte: più lontano vai sempre meno conosci. Chi vuole percorrere la Scientia Crucis (Scientia Dei) è premuto dalla necessità di parlare del “totalmente altro” in una sorta di etica della reciprocità, come di un oggetto - non oggetto impossibile da catturare: la verità è, avverte Simone Weil, una fuggiasca irriducibile alla prigionia. L’ossimoro, per Mancini si tratta proprio di un ossimoro teologico, garantisce la fondatezza del pensiero, accreditandolo quale sapere non frivolo o di maniera quando è affrontato con grinta. È parimenti vero che alla ragione non si dà niente ad intendere! La soccorre un motivo più degli altri: l’ossequio al mistero dell’ultimo Dio; dell’ultimo Dio di Heidegger, come egli amava esprimersi durante le sue accorate lezioni, tradendo qualche riserva circa le diverse scelte dell’altroassistente di Husserl, esasperate dal soggettivismo di una divaricazione di interessi distanti dalla morale filiale del massimo, dell’eccedente, del di più, dei martiri. Vale a dire, nelle strettoie dell’ossimoro le bruciature dell’anima postulano il volgersi alla fede con serietà, fino allo stremo; postulano il bisogno di passare per l’incandescenza del ferro che si trova nel martirio della forgia. Ne dice la Stein, in modo perentorio con il classico tema medioevale della distinzione fra essentia ed existentia: è tutta del suo acume, forse ancor di più che delle grandi sintesi medioevali, la più alta delineazione ontologica, e quindi concettuale, di Dio; di ciò che lo dice anomalo, irripetibile, in cui l’essenza coincide con l’esistenza. Persino il formalissimo Tommaso d’Aquino di fronte a tanta scienza sarebbe esploso in un’esclamazione ammirata, qualificando l’equazione identificatrice come in haec sublimis veritas.
2020
9788894985160
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