Dal 2014 il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università della Basilicata sta conducendo, sotto la direzione scientifica della Prof.ssa M.C. Monaco, un progetto di ricerca sul sito di Anzi (PZ), un importante centro antico (enotrio, lucano e romano) della Basilicata interna. I primi risultati di tale lavoro, derivanti sia dalle ricognizioni sul territorio sia dalle ricerche bibliografiche e d’archivio, saranno a breve presentati in una mostra, che servirà a tracciare un bilancio complessivo dell’archeologia ad Anzi, tra presente, passato e futuro della ricerca. Il successivo step del progetto, invece, consisterà nello studiare in particolare il fenomeno di dispersione che coinvolse, nella prima metà del XIX secolo, un’enorme fetta del patrimonio archeologico rinvenuto nel “fertilissimo suolo” del paese. L’obiettivo sarà di individuare, catalogare e studiare per la prima volta l’ingente complesso di antichità anzesi conservate non solo nei musei dell’Italia Meridionale (Napoli, Potenza), ma soprattutto in quelli più importanti del mondo (Parigi, Londra, Copenhagen, Berlino, San Pietroburgo, Ginevra, Tartu, New York, Portland, Rio de Janeiro). In occasione del prossimo Convegno Internazionale di Parigi, s’intende presentare una breve anticipazione in margine a questa specifica tematica di ricerca, concentrando l’attenzione da un lato sul contributo conoscitivo offerto dal singolare episodio di Anzi per la storia delle ricerche sulla Lucania antica, dall’altro sulle caratteristiche della cultura materiale locale tra VI e IV sec. a.C. D’altra parte, i materiali superstiti di quel “gran naufragio” rappresentano ancora uno dei complessi archeologici più cospicui della Lucania interna e, limitandosi alla ceramica figurata, un documento di grande importanza per gli studi ceramologici della Magna Grecia. Benché per loro stessa natura poco circoscrivibili, le vicende della circolazione internazionale dei reperti provenienti dalle necropoli e dai santuari di Anzi risultano pienamente inserite in quell’“anticomania” che pervase la cultura e il costume dell’Europa ottocentesca (Figg.1-2). All’epoca il centro fu senza dubbio una delle principali fonti di approvvigionamento – molto spesso illegale – del commercio antiquario del Regno di Napoli, seconda soltanto ai siti di Nola, Paestum, Ruvo di Puglia e Canosa. Le fonti ci documentano con grande vivacità aspetti e dinamiche di un complesso meccanismo che s’innescava in loco ad opera di veri “professionisti” del settore e che si esauriva, nella maggior parte dei casi, nei salotti dei collezionisti europei o nelle vetrine dei nascenti istituti museali, molto spesso dopo una tappa nelle botteghe antiquarie napoletane (Fig.3). In tal senso, un ruolo non secondario giocarono gli “amatori di cose antiche” anzesi e le loro collezioni archeologiche – in particolare quella del barone Fittipaldi (Fig.4) – che, pur essendo nate con l’intento di arginare in qualche modo l’emorragia di reperti locali, nel giro di pochi decenni andarono dissipate in mille rivoli diversi, spesso finendo per percorrere proprio quelle direttrici internazionali da cui erano state preservate.

La dispersione di un inestimabile patrimonio archeologico lucano: il caso di Anzi (PZ)

Fabio Donnici
2019-01-01

Abstract

Dal 2014 il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università della Basilicata sta conducendo, sotto la direzione scientifica della Prof.ssa M.C. Monaco, un progetto di ricerca sul sito di Anzi (PZ), un importante centro antico (enotrio, lucano e romano) della Basilicata interna. I primi risultati di tale lavoro, derivanti sia dalle ricognizioni sul territorio sia dalle ricerche bibliografiche e d’archivio, saranno a breve presentati in una mostra, che servirà a tracciare un bilancio complessivo dell’archeologia ad Anzi, tra presente, passato e futuro della ricerca. Il successivo step del progetto, invece, consisterà nello studiare in particolare il fenomeno di dispersione che coinvolse, nella prima metà del XIX secolo, un’enorme fetta del patrimonio archeologico rinvenuto nel “fertilissimo suolo” del paese. L’obiettivo sarà di individuare, catalogare e studiare per la prima volta l’ingente complesso di antichità anzesi conservate non solo nei musei dell’Italia Meridionale (Napoli, Potenza), ma soprattutto in quelli più importanti del mondo (Parigi, Londra, Copenhagen, Berlino, San Pietroburgo, Ginevra, Tartu, New York, Portland, Rio de Janeiro). In occasione del prossimo Convegno Internazionale di Parigi, s’intende presentare una breve anticipazione in margine a questa specifica tematica di ricerca, concentrando l’attenzione da un lato sul contributo conoscitivo offerto dal singolare episodio di Anzi per la storia delle ricerche sulla Lucania antica, dall’altro sulle caratteristiche della cultura materiale locale tra VI e IV sec. a.C. D’altra parte, i materiali superstiti di quel “gran naufragio” rappresentano ancora uno dei complessi archeologici più cospicui della Lucania interna e, limitandosi alla ceramica figurata, un documento di grande importanza per gli studi ceramologici della Magna Grecia. Benché per loro stessa natura poco circoscrivibili, le vicende della circolazione internazionale dei reperti provenienti dalle necropoli e dai santuari di Anzi risultano pienamente inserite in quell’“anticomania” che pervase la cultura e il costume dell’Europa ottocentesca (Figg.1-2). All’epoca il centro fu senza dubbio una delle principali fonti di approvvigionamento – molto spesso illegale – del commercio antiquario del Regno di Napoli, seconda soltanto ai siti di Nola, Paestum, Ruvo di Puglia e Canosa. Le fonti ci documentano con grande vivacità aspetti e dinamiche di un complesso meccanismo che s’innescava in loco ad opera di veri “professionisti” del settore e che si esauriva, nella maggior parte dei casi, nei salotti dei collezionisti europei o nelle vetrine dei nascenti istituti museali, molto spesso dopo una tappa nelle botteghe antiquarie napoletane (Fig.3). In tal senso, un ruolo non secondario giocarono gli “amatori di cose antiche” anzesi e le loro collezioni archeologiche – in particolare quella del barone Fittipaldi (Fig.4) – che, pur essendo nate con l’intento di arginare in qualche modo l’emorragia di reperti locali, nel giro di pochi decenni andarono dissipate in mille rivoli diversi, spesso finendo per percorrere proprio quelle direttrici internazionali da cui erano state preservate.
2019
978-2-38050-020-2
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11563/140724
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