Tra le rime encomiastiche del vastissimo canzoniere tassiano, è presente un dittico dedicato al ritratto di Irene da Spilimbergo. La giovane nobildonna friulana, poetessa e pittrice allieva di Tiziano, morta, ventunenne, nel 1559, fu infatti tributaria di un'antologia celebrativa curata da Dionigi Atanagi (Venezia, Guerra, 1561). Il ritratto, attribuito alla bottega del Vecellio, ora alla National Gallery of Art di Washington, risale al 1560 e reca l’iscrizione "SI FATA / TVLISSENT", alludente alla precoce scomparsa della giovane. A dispetto del dato di realtà, la morte, nell'ecfrasi tassiana l’immagine è elogiata per il suo essere 'animata' e ancora in grado di interagire con la realtà, fungendo da sprone morale per lo spettatore. Partendo da queste considerazioni, il contributo analizza i seguenti aspetti: il modo in cui la retorica della ‘presenza’, basata specialmente sull’ipotiposi e sulla ripresa del modello petrarchesco e bembiano, si incarica di fare da contrappunto simbolico a un’assenza reale e oggettiva; il rapporto, non certo pacifico, tra tale retorica e la descrizione materiale del dipinto-oggetto; le modalità con cui l’ecfrasi veicola la funzione morale del dipinto, aspetto essenziale dell’elogio tassiano.

Un’ekphrasis contro la morte. Le Rime di Torquato Tasso sul ritratto di Irene di Spilimbergo

ACUCELLA, CRISTINA
2015

Abstract

Tra le rime encomiastiche del vastissimo canzoniere tassiano, è presente un dittico dedicato al ritratto di Irene da Spilimbergo. La giovane nobildonna friulana, poetessa e pittrice allieva di Tiziano, morta, ventunenne, nel 1559, fu infatti tributaria di un'antologia celebrativa curata da Dionigi Atanagi (Venezia, Guerra, 1561). Il ritratto, attribuito alla bottega del Vecellio, ora alla National Gallery of Art di Washington, risale al 1560 e reca l’iscrizione "SI FATA / TVLISSENT", alludente alla precoce scomparsa della giovane. A dispetto del dato di realtà, la morte, nell'ecfrasi tassiana l’immagine è elogiata per il suo essere 'animata' e ancora in grado di interagire con la realtà, fungendo da sprone morale per lo spettatore. Partendo da queste considerazioni, il contributo analizza i seguenti aspetti: il modo in cui la retorica della ‘presenza’, basata specialmente sull’ipotiposi e sulla ripresa del modello petrarchesco e bembiano, si incarica di fare da contrappunto simbolico a un’assenza reale e oggettiva; il rapporto, non certo pacifico, tra tale retorica e la descrizione materiale del dipinto-oggetto; le modalità con cui l’ecfrasi veicola la funzione morale del dipinto, aspetto essenziale dell’elogio tassiano.
978-88-6507-793-1
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